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Elezioni Americane 2016, oltre la finestra sul cortile

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Un piano studiato da oltre 3 anni e realizzato dal candidato repubblicano sbagliato. Pochi volevano la vittoria di Donald Trump, ma lui si è trovato nel posto giusto e al momento giusto.

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NEW YORK — Martedì 8 novembre 2016, un miliardario di New York che vuole costruire un muro per separare gli USA dal Messico e pensa di poter afferrare qualunque donna per i genitali ha vinto le elezioni presidenziali americane. Venerdì 20 gennaio 2017, dopo aver giurato davanti al Capitol Hill a Washington, diventerà ufficialmente il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Donald J. Trump.

Un magnate immobiliare con la passione per i reality show. Sostituendo New York con Milano e gli Stati Uniti con l’Italia, le similitudini con Silvio Berlusconi ci sono tutte. Ma anche sostituendo il Messico con l’Albania, avremmo pur sempre davanti a noi un mare e non solo un muro di differenze.

Com’è stata possibile la vittoria di Donald Trump?

Perché 137 milioni di americani, pari al 59% degli aventi diritto, si sono recati alle urne e quasi 63 milioni di loro hanno votato per Trump. Semplice? Più o meno. Perché altri 65 milioni e 750.000 americani sono andati a votare pure loro, ma hanno scelto Hillary Clinton. I calcoli ancora ufficiosi dicono che sono 2 milioni e 840.000 voti in più. Sembra che i numeri non tornino.

Qui in America per mesi l’opinione pubblica si è sentita ripetere: Donald Trump e Hillary Clinton sono i due candidati più impopolari di sempre, gli elettori saranno chiamati a scegliere per il minore dei mali. Per mesi i sondaggi hanno mostrato Hillary Clinton in costante vantaggio, seppur esiguo. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, è stato un sostanziale testa a testa. Ciononostante, l’idea diffusa tra opinionisti ed elettori liberal era che Hillary Clinton sarebbe riuscita a vincere. Se proprio si vuole insistere nell’analogia con l’Italia, può tornare alla memoria l’ottimismo che accompagnava la “gioiosa macchina da guerra” contro il Cavaliere da Arcore.

Electoral College 2016
Electoral College 2016

In effetti, Clinton ha vinto il voto popolare. Ma è stato Trump a tagliare il traguardo della Casa Bianca. Con poche migliaia di voti in più rispetto a Clinton, gli è bastato vincere una manciata di Stati chiave per portarsi a casa il loro bene più prezioso: i grandi elettori che il prossimo 19 dicembre si riuniranno per formalizzare la sua elezione. Trump ne ha accumulati 306, Clinton si è fermata a 232. In America non conta stravincere il voto popolare. È il sistema maggioritario applicato ad una Federazione di Stati: basta anche solo un voto di scarto per aggiudicarsi tutta la posta in gioco in ciascuno Stato.

Numeri a parte, la spiegazione ricorrente per la sorpresa delle elezioni 2016 è un’altra. Un’ondata di rabbia populista, espressa dalla “working class” e dalla classe media, ha eletto Donald Trump perché ha rigettato l’establishment rappresentato da Hillary Clinton. E ancora: l’elezione di Trump è la Brexit d’America. Oppure: Trump è solo l’ultimo episodio di un populismo dilagante, che partito dall’Europa ha attraversato l’Atlantico ed è arrivato a Washington. E non è finita qui. Perché dopo il referendum costituzionale in Italia, e la vittoria del NO che ha determinato le dimissioni di Matteo Renzi, l’elezione di Trump è rimbalzata in Europa diretta in Francia, nell’attesa che Marine Le Pen possa chiudere il cerchio.

Meglio tornare ai numeri. Perché retorica giornalistica parte, la spiegazione principale e i suoi corollari raccontano ben poco di quel che è accaduto. I segnali di questa ondata populista non ci sono.

Sebbene il populismo in America sia vivo e vegeto, da almeno cent’anni, in realtà Donald Trump ha vinto seguendo una strategia politica che i repubblicani hanno iniziato ad elaborare dopo la rielezione di Obama nel 2012. Era Jeb Bush il predestinato a realizzare questo piano. Ma quando Trump si è candidato, per l’ennesimo Bush non c’è stata più speranza. Il miliardario di New York, nella hall del palazzo che porta il suo nome, ha detto che il Messico manda in America criminali e stupratori, aggiungendo che i posti di lavoro americani si sono persi in Cina e nello stesso Messico. Quelle parole hanno da subito trovato orecchie sensibili: negli Stati del Midwest, dove il declino dell’industria tradizionale risale al dopoguerra, quando la competizione messicana dei bassi salari non era ancora all’orizzonte. Ma la colpa a qualcuno bisogna pur darla.

Make America Great Again“. Il passato, quello ancor prima di Ronald Reagan e del suo famoso slogan. L’America dei Grandi Laghi, delle grandi dinastie dell’acciaio, e poi dell’auto e della gomma. Un’America molto bianca, nonostante la Grande Migrazione degli afroamericani dal sud. Un’America che vendeva a se stessa e al resto del Mondo. Poi il resto del Mondo ha imparato a produrre le stesse cose e l’America sapeva già come comprarle.

Chi di libero commercio ferisce, di libero commercio perisce, sembrerebbe la morale.

Invece l’America non si è fermata. Ha inventato nuove cose e il resto del Mondo si è messo in fila per gli acquisti. Dalla Silicon Valley a Wall Street, dalla sabbia di Miami Beach a quella dei pozzi petroliferi texani, passando per Hollywood. E quando tutto questo sembrava già vecchio, altri si sono messi a spaccare roccia per tirarne fuori il gas o anche solo a inventare un nuovo modo per distruggere le librerie e i centri commerciali stando comodamente seduti sul divano di casa a far spesa e a vedere le ultime 4 stagioni della più popolare saga tra madre single e figlia ossessionata dai libri. Insomma, tutta l’America ha continuato a far l’America.

Tutti, o quasi. Il Midwest è rimasto un po’ più indietro. I suoi ingranaggi si sono arrugginiti. Prova a tenere il passo ma fatica, serve tempo. È nella “Rust Belt” che corre dal Wisconsin alla Pennsylvania, passando per il Michigan, che Donald Trump ha vinto la sua Casa Bianca. 80.000 voti in più di Clinton nei tre Stati che i democratici non pensavano di perdere.

Un meccanismo elettorale e un equilibrio istituzionale che risalgono ai tempi della schiavitù. Una grande regione alle prese con una trasformazione economica di cui non vede la fine. Un desiderio di rivincita politica contro Barack Obama reso ancora più accesso da una società polarizzata. E forse una vendetta contro Hillary Clinton che è anche andata ben oltre i desideri di Vladimir Putin. Nemmeno ad Hollywood avrebbero chiuso il primo episodio in mezzo agli agenti della CIA e con la Russia che cerca di influenzare le elezioni in America.

Guardando le elezioni americane si ha spesso l’impressione, o almeno la speranza, di capire anche l’America.

Un anno e mezzo di campagna elettorale. Osservare l’America attraverso quella singola finestra temporale delle elezioni, per quanto larga, è come andare a visitare una città sconosciuta e trascorrere poi giornate intere in una camera d’albergo. La cui unica finestra, per giunta, si affaccia sul cortile.

Vivendo in America da quattro anni, ho provato a guardare oltre quella finestra. Quello che ho visto, dalla rielezione di Obama nel 2012 alla vittoria di Trump, l’ho scritto in questo QUADERNO sulle elezioni del 2016.

(Clicca qui sotto per scaricare il quaderno in formato pdf)

QUADERNI AMERICANI, n. 1, Dicembre 2016

“Elezioni Presidenziali Americane 2016, oltre la finestra sul cortile”

(Se preferisci, puoi leggerlo su Issuu)


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